L'acqua e la sicurezza alimentare
Il 22 marzo è la giornata mondiale dell’acqua: le attività di ricerca dell’ENEA sulle colture che possono ridurne il consumo
Il 22 marzo è stata dichiarata la giornata per “L’acqua e la sicurezza alimentare” dalle Nazioni unite. Bisogna oggi nutrire 7 miliardi di persone nel mondo che probabilmente diventeranno nove miliardi di qui al 2050. Una pressione demografica che inevitabilmente farà lievitare la domanda di risorse naturali, soprattutto di quella idrica. Secondo stime FAO mediamente si usano da 2 a 4 litri di acqua al giorno. La maggior parte di quella che consumiamo è per la produzione dei cibi che assumiamo regolarmente: per ottenere un chilo di carne per esempio occorrono 15.000 litri di acqua, contro i 1500 per produrre un chilo di grano.
Si stima - con sempre maggiore allarme - che ci sia nel mondo un miliardo di affamati cronici e la pressione sulle risorse è fortissima. Non possiamo quindi pensare che il problema sia “altrove”. Il problema investe tutti, paesi sviluppati compresi, e quindi le Nazioni Uniti esortano a:
- limitare lo scandalo degli sprechi di alimenti. Il 30% dei cibi prodotti non viene consumato e l’acqua utilizzata per produrlo è irrimediabilmente persa;
- incentivare le colture che richiedono un minor apporto idrico;
- adottare un regime alimentare più sano
- consumare cibi che richiedono un minor consumo di acqua.
Su questo ultimo punto ENEA è fortemente impegnata da anni. La maggiore domanda alimentare a livello mondiale unita all’esigenza di una produzione agricola che non depauperasse le risorse naturali ha portato allo sviluppo del concetto di aridocoltura sostenibile. “Noi stiamo portando avanti studi e ricerche in campo per la produzione di cereali e legumi con importanti valori nutrizionali e con ottima risposta allo stress idrico” – spiegano Catia Stamigna e Domenico Chiaretti dell’Unità tecnica sullo sviluppo sostenibile e l’innovazione del sistema agroalimentare UTAGRI-GEN. In ENEA si studiano da anni grano duro, tenero, triticale (un ibrido fra frumento e segale che ben si adatta ai terreni sabbiosi e poco fertili, resiste bene alla salinità ed ha poche esigenze idriche perché ha un’altissima capacità di sfruttamento dell’acqua presente nel terreno) e lenticchie, fave, piselli. “La nostra attenzione ora si sta concentrando su due specie di lupini (lupino bianco e lupino azzurro).
Abbiamo già ottenuto lupini che non hanno bisogno di essere deamarizzati – ovvero messi a mollo nell’acqua per renderli commestibili - perché ora nei nostri campi sperimentali abbiamo ottenuto i baccelli dolci prodotti direttamente dalla pianta. I vantaggi sono notevoli sia per l’alimentazione animale, perché possono essere mangiati direttamente al pascolo, sia umana. I lupini possono essere una valida risposta all’integrazione proteica nei cibi, soprattutto tra le popolazioni con carenze nutrizionali importanti – apportano infatti il 35-40% di proteine – e possono migliorare la fertilità del terreno.
Con i lupini è possibile produrre farine che unite ad altre sostanze ne aumentano il profilo nutrizionale, ne migliorano la consistenza e ne ottimizzano i costi di produzione. I lupini inoltre contengono un’importante quantità di antiossidanti naturali come i tocoferoli, rappresentano una valida alternativa alle uova e la farina che se ne ricava è senza glutine.
Già oggi la farina di lupini viene utilizzata nella preparazione di biscotti, cibi senza glutine, addirittura cioccolato e maionese”. Conclude Massimo Iannetta, Responsabile dell’Unità , “Il futuro è rappresentato dalla capacità della ricerca di coniugare l’esigenza di cibo della popolazione mondiale con la gestione sostenibile degli agro-ecosistemi, con le azioni a sostegno della salute e della sicurezza dei consumatori, con i cambiamenti climatici, con la sempre più ridotta risorsa idrica. Una sfida complessa, che può trovare sintesi in un modello sostenibile di dieta alimentare quale è la Dieta Mediterranea”.